
http://www.youtube.com/watch?v=6efO9ReiKQM
Grazie a Intravino ho scoperto questo video...da far vedere in tutte le scuole dove si insegna come comunicare il vino...perché non impariamo mai dagli altri? perchéperché??
giovedì 15 marzo 2012
BRAVO!
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venerdì 1 luglio 2011
la rarefazione.

Preso da un blog (“preso” vuol dire che ho fatto copiaeincolla):
"Pochi giorni fa ho scoperto i due l’Ortrugo e il Gutturnio “sur lie” di Croci. In particolare del primo mi sono subito innamorato (entrambi erano dei 2009). Conoscevo già la barbera di Donati, ma non pensavo di potermi innamorare di vini rifermentati in bottiglia. E invece è successo. Anche “raffermato”, l’Ortrugo è un vino che continua a comunicare vitalità, genuinità e, nonostante un lievissimo che di letame (che io apprezzo con questa rarefazione, perchè è un sentore prossimo a qualcosa di veramente nobile), una pulizia di vinificazione impeccabile."
Ecco, non lo so, ma io mi arrendo di fronte a una cosa così.
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sempre lui.
Torno a parlare con grande piacere del vino di cui probabilmente più si è parlato fino ad ora su questo blog.
Lo scorso 18 giugno è stata presentata l'ultima annata in commercio (2001) del Vinsanto di Barattieri. A dire il vero, con la “scusa” della presentazione, l'azienda ha organizzato un'eccezionale verticale di 8 annate (comprese tra il 1973 e il 2001).
Non dirò molto sulle annate che più mi hanno colpito (i magnifici '99 e '90), né sulle rimanenti 6 (altri lo faranno), ma dirò qualcosa in più sul 2001.
Sentito accanto al 2000, al 1999 e al 1998 (cioè le tre precedenti annate, presenti in degustazione) è...diverso. Ma và? Bravo, bella scoperta, direte.
No, voglio dire che il naso ha un'evoluzione leggermente più marcata di quegli altri, una complessità olfattiva quasi più rustica, un po' meno balsamica. E poi il palato: più austero. Meno dolce, con una vena acido-amarognola e una grassezza meno evidente, che lo rende meno denso, ma più scorrevole.
Oggi appare meno luminoso del magnifico '99, ad esempio, un po' più nervoso e inquieto, ma sarà un vero piacere ritrovarlo tra qualche mese. O, meglio ancora, tra qualche anno.
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mercoledì 8 giugno 2011
resistete.

Non disperatevi per gli scarsi aggiornamenti. Resistete. Non buttatevi dalla finestra per la disperazione. Prometto un aggiornamento subito dopo il 18 giugno, promesso eh. Bon. Nell'attesa, leggetevi questo. A presto!
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domenica 24 aprile 2011
la febbre del sabato sera.

I geni della comunicazione (e dell'enologia) al lavoro? Eccoli. Buona Pasqua!!!
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giovedì 7 aprile 2011
il bargnolino e il vinitaly.
Mercoledì mi sono alzato, m'è venuta in mente una cosa e ho fatto una smorfia, poi ho detto: NO NO NO NO!, ma disperato eh, che scuotevo la testa. Se qualcuno mi avesse visto, avrebbe detto: capperi, questo qui ha dei grossi problemi. Mi era venuto in mente che il giorno dopo sarei dovuto andare al Vinitaly.
Poi è arrivato giovedì, giorno della partenza per Verona, ma quando mi son svegliato, ormai, ero già rassegnato, quindi non ho ripetuto: NO NO NO NO! e son partito.
Dopo un po' di code sono arrivato, sono entrato, mi son fatto le mie belle degustazioni, poi sono andato in uno stand di un gruppo di produttori, c'erano tutte le bottiglie in fila su un banco, i sommelier che servivano i vini. È successa una cosa, una di quelle che non ti fanno dormire la notte, per giorni e giorni.
Si avvicina una ragazza e, giuro, ma non so, forse ero stanco, magari l'alcol mi aveva già fatto effetto, il cambio di stagione, non so, però giuro di averla sentita chiedere un bargnolino. Che, siccome in quel banco c'era anche del Bardolino, mi son detto: avrà chiesto un Bardolino, vedrai che ho capito male e adesso la sommelier le dà un Bardolino e tutto torna a posto. Invece la sommelier ha aggrottato un po' (poco, appena appena) le sopracciglie e, col tono del non ho idea di cosa mi hai chiesto ma non posso fare la figura di quella che non sa le cose, ha detto: ehm, no, mi spiace, è un vino di un'altra zona, qui non l'abbiamo.
Però mi è venuta una voglia di bargnolino, m'è venuta, che a me non piace neanche tanto, così dolciastro.
Ho deciso, domani faccio il bargnolino. Bello secco.
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giovedì 3 marzo 2011
ah.

Il colpo di genio sulle nuove, sconfinate, frontiere cosmiche dell'abbinamento tra il Vin Santo di Vigoleno e il cibo è qui, tra i minuti 20:00 e 20:10. Buona visione
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giovedì 17 febbraio 2011
god bless america.

L'altro giorno ho incrociato su Youtube questa cosa qui.
Allora m'è venuta in mente quest'altra cosa qui.
Poi sono andato a vedere il trailer di quello che è stato definito “il Mondovino” italiano, uscirà tra poco, si chiama “Langhe Doc”.
Non voglio fare tiritere su quanto, noi italiani, siam bravi o non siam bravi a usare certi media (video, Internet), su quanto, soprattutto, ci impantaniamo in certe menate quando parliamo di certe cose.
Su quanto diventiamo noiosi e pesanti.
Su quanto abbiano rotto i maroni le musiche popolari nei documentari sul vino o sulle cose di una volta.
Guardate i video e fate le vostre riflessioni, soprattutto sui primi due (che sono entrambi spot, uno, quello americano, per un Festival, una specie di Gutturnio Festival californiano, l'altro, italiano, per un vino piemontese di una grossa azienda).
Ah, dimenticavo. Fra tutti, comunque, quello che preferisco è questo, francese.
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lunedì 31 gennaio 2011
la fine del mondo.

1975: occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man, 1971)
Ogni tanto salta fuori che sotto sotto mi ha sempre attratto l’idea dell’eremitaggio in un posto sperduto. Allora parlo di quando l'ho quasi fatto.
Quasi perché sì, adesso, Acquesio in Val Trebbia non è esattamente un eremo, comunque è un posto dove uno può farsi i cazzi propri più o meno come e quando gli pare.
Ho sempre avuto la fissa di starmene per i fatti miei.
Alle elementari, quando la maestra ci dava da fare il tema in classe, io facevo sempre il Tema Libero. Mitico. Libero. La salvezza.
Io quando facevo il tema libero m'immaginavo di essere l'ultimo Uomo sulla Terra e scrivevo questa storia più o meno sempre uguale, dove c’ero io solitario che camminavo tra le macerie in mezzo al nulla e non stavo neanche tanto male per questo. Al massimo incontravo un cane che veniva con me e passeggiavamo insieme.
E a me insomma piaceva quest'idea, cioè di essere l'ultimo umano rimasto in vita sul pianeta e di vivere un'avventura alla scoperta del mondo. La vivevo bene. Che adesso, non è che essere l'ultimo Uomo sia una cosa del tutto invidiabile, però ha degli aspetti positivi, tipo non avere vicini di casa che fanno casino al piano di sopra o ti fermano a parlare sulle scale.
Io, fino a due giorni fa, la fine dell'Uomo me la sono sempre l'immaginata come ha fatto Richard Matheson nel libro Io sono Leggenda.
Ho visto anche i tre film tratti dal libro, dove l'ultimo Uomo è rimasto solo dopo un'epidemia che ha trasformato gli altri umani in mostri. Nel primo film (degli anni '60) Vincent Price è solo e disperato a Roma, depressissimo nella sua casa all'EUR, una casa così così, che già quando si alza dal letto a inizio film ti viene subito un'angoscia della madonna.
L'ultimo Uomo della Terra (1964)
Nel secondo film (degli anni '70) invece Charlton Heston vive in una bella casa nel centro di Los Angeles, spaziosa, piena di quadri e mobili antichi e vabè, parla tutto il tempo da solo e gioca a scacchi con una statua di Giulio Cesare, però in fondo un po' se la gode, che ha pure accesso alla cantina di un'enoteca. Poi conosce una ragazza carina e si mettono insieme! Insomma, sarebbe perfetto se non ci fossero i mostri (dei tizi incappucciati, molto comici, con la pelle bianca e gli occhiali da sole) che lo vogliono uccidere.
Di recente ho visto Io sono Leggenda, con Will Smith, che all'inizio mi è piaciuto perché ci sono solo il protagonista e il suo cane che ascoltano Bob Marley, ma quando compaiono i mostri, che sono pure dei brutti mostri, cioè fatti male al computer, il film diventa una vaccata.
Ecco, dunque, un po' mi è sempre piaciuta l'idea di essere l'ultimo Uomo. Ma meno depresso di Will Smith e soprattutto di Vincent Price. Al massimo pensavo a Charlton Heston, che è quello che se la gode di più.
Cioè. In generale, in tutti questi film l'ultimo Uomo è sempre triste e depresso per questo suo essere solo. Non riesce a pensare agli aspetti positivi. Ma non è colpa sua, è colpa degli sceneggiatori. Perché intanto non lo ha deciso lui di essere l'ultimo Uomo della Terra. Gli sceneggiatori lo lasciano solo, senza vicini di casa e va bene, ma lo fanno ritrovare solo a causa di qualche grosso casino. Quindi difficilmente l'ultimo Uomo della Terra può gioire di questa situazione. Poi, oltre all'ultimo l'Uomo, sulla Terra si scopre sempre che ci sono mostri tipo vampiri, zombi o robe simili, ci credo che lui non se la passi tanto bene. E poi è sempre depresso anche perché mangia delle schifezze, c'è solo roba in scatola. Non potrebbe avere, chessò, delle galline così almeno ogni tanto si farebbe un bel brodo?
Vincent Price a un certo punto appena sveglio dice: un tempo mangiare mi piaceva, ora mi disgusta. E' solo un carburante per sopravvivere. Stamattina prenderò caffè e sugo d'arancia. Poi però vede che ha finito l'aglio, allora molla il sugo d'arancia e va cercar l'aglio che gli serve per respingere i vampiri-zombi. Va nella cella frigorifera di un supermercato dove ci sono mezzene intere di vacca e un sacco di frutta e verdura e anziché prender la carne o altro cosa fa? Prende le trecce d'aglio e torna a casa ad appenderle alla porta! Proprio non ce la fa a godersela, niente da fare, è un depresso cronico.
Charlton Heston mangia cibo in scatola vario, poi però un giorno si accorge che è domenica, allora per festeggiare estrae dal congelatore una salsiccia tipo wurstel dall'aspetto poco invitante.
Will Smith non sembra neanche tanto depresso dal cibo che mangia. E' ben fornito nella dispensa, ma sempre di vasetti e scatolette. E usa passata di pomodoro ovunque, anche dove non dovrebbe. Poi tiene del bacon nascosto come chicca assoluta. Però insomma niente di che.
Io sono Leggenda (I'm legend, 2007)
Nel libro una volta il protagonista, Neville, dopo aver ucciso un po' di vampiri, nel tornare a casa si ferma in un supermercato a bere del succo di pomodoro, tipo uno che va a prendersi l'aperitivo prima di cena, però, cristo, col succo di pomodoro, che proprio non si può. Vabè.
Ho sempre pensato che l'ultimo Uomo della Terra dovesse essere tale per scelta, o almeno senza mostri che lo vogliono far fuori. E che dovesse avere almeno delle galline o comunque cibo buono. E poi, pensavo, anziché esser solo coi vampiri-zombi, non potrebbe mica scoprire a metà film di non essere solo, ma in compagnia di una colonia di nudiste norvegesi, per dire?
No, niente, invece poi, appunto due giorni fa, ho trovato il mio ideale di “ultimo Uomo della Terra”, io ignorante che mi ero sempre fissato su Matheson. Grazie a un'amica, Sonia, ho scoperto La Nube Purpurea di M. P. Shiel, libro pubblicato nel 1901, snobbato a lungo e riscoperto nei decenni successivi.
La Nube Purpurea è un libro dove l'autore, con nonchalance, infila una dietro l'altra la scoperta del Polo Nord, la fine del mondo (o meglio, dell'umanità), l'incendio e distruzione di Londra, Parigi, Bombay, Pechino, San Francisco, Costantinopoli e altre innumerevoli città. Più varie ulteriori amenità. Tipo che il protagonista incontra nel bosco una ventenne nuda della quale si innamora, contraccambiato, poi fanno un figlio. E così l'umanità riparte. Dei nuovi Adamo ed Eva.
Ci son delle cose che mi piacciono molto in questo libro, ad esempio che al protagonista il vino non manca mai, anzi letteralmente sguazza in laghi di vino rosso e ogni tanto si prende di quelle piene paurose. Poi quando gli manca lo zenzero, per dire, fa un salto a Gallipoli, quella turca (perché il tipo gira il mondo via mare, oppure in treno o in auto, a seconda delle voglie e delle necessità, è un figo, insomma), che lì ne trova fin che vuole, si mangia dei gran datteri, ha a disposizione spezie a volontà e altre robe che sanno di opulenza orientale, di pascià. E infatti, da un certo punto in poi, se ne va in giro vestito da sultano, che a dire il vero lì inizia un delirio di onnipotenza, si crede il Re del mondo, è capriccioso, si costruisce un piccolo palazzo imperiale lastricato d'oro. Per dirla tutta ha un sacco di paturnie, il tipo, i suoi problemini ce li ha pure lui eh, però tutto sommato se la cava alla grande.
E non ci sono vampiri-zombi che lo vogliono far fuori.
Se la gode. In fondo sta bene, trova un suo equilibrio.
Ecco, secondo me, si impara molto da come vive e da come mangia, da come vive la propria vita domestica, quotidiana, gli affetti l'Ultimo Uomo della Terra.
E questo tipo qui, della Nube Purpurea, è un esempio da seguire.
Nel disastro globale, se la cava proprio bene perdio, e lo invidio.
Questo testo è la versione riveduta e corretta di "L'Ultimo Uomo della Terra", pubblicato su SCHERMO PIATTO (Slow Food Editore, 2010) e sulla rivista SLOW (numero 48)
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mercoledì 26 gennaio 2011
nuovo.

I contorni dei limiti tra l'arte contemporanea e altre discipline non sono sempre netti, a volte diventa difficile tracciare una linea che operi una separazione precisa.
L'estetica del mangiare di cuochi come Bottura e Adrià, per dire, s'incrocia con l'estetica relazionale di cui parla Nicolas Bourriaud a proposito di arte contemporanea (vedi il lavoro di Rirkrit Tiravanjia, solito cucinare nelle gallerie d'arte offrendo poi il cibo ai partecipanti).
Sentire Bottura che parla di relazioni tra spazio, tempo e movimento a proposito di Lucio Fontana e della propria idea di cucina, sentirlo citare Joseph Beuys, vederlo all'opera e fruire dei suoi piatti (opere?) fa balzare all'occhio come il suo processo creativo, il suo linguaggio, siano molto simili a quelli dell'arte contemporanea.
Vedere Bottura che cucina Tutte le Lingue del Mondo, piatto a base di lingua di vitello, è assistere a un processo creativo che ricorda quelli di alcuni scultori contemporanei che usano la materia con grande consapevolezza concettuale e manuale.
La cucina creativa è sempre più spinta in avanti. Anzi, ciò che un tempo (anni 60-70) è stata l'arte contemporanea, e in seguito (anni '90), la moda e per certi aspetti la finanza, cioè gli ambiti più "avanti" a livello di creatività, è oggi rappresentato dalla cucina creativa, che incarna lo zeitgeist odierno.
Ferran Adrià nel 2007 è stato invitato a Documenta (12esima edizione), una delle più importanti rassegne periodiche mondiali dell'arte contemporanea, che si tiene ogni 5 anni a Kassel, in Germania. Non è solo un cuoco, la sua è una pratica artistica, hanno detto i curatori.
Adrià, intervistato da Flash Art, dice: devo partire dalla constatazione che la cucina d’avanguardia ha origine dal bisogno di nutrirsi. Questa è la grossa differenza rispetto alle altre pratiche artistiche. Sarebbe meraviglioso vivere su un pianeta dove mangiare fosse solo un fatto puramente emozionale.
Forse il cibo visto in prospettiva artistica incute timore reverenziale, lontananza e astrazione, forse si tratta di fughe in avanti troppo autoreferenziali. Forse. Credo invece che ci si trovi davanti semplicemente a un nuovo scenario, a nuove possibilità, a un nuovo affascinante punto di vista per interpretare l'esistente.
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lunedì 20 dicembre 2010
altro che vini naturali.

Oh là, finalmente uno che ha qualcosa di intelligente da dire sui "vini naturali": Leone Conti, che produce vino in quel di Faenza.
Buone feste. E bevete bene!
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mo va là.

Una volta col mio amico romagnolo Piero siamo andati a una degustazione. La degustazione era condotta da un sommelier molto teatrale che a un certo punto, agitando il bicchiere e inspirando rumorosamente, ha detto: ecco, questo vino sa di carta da libro usata. E l'ha detto proprio convinto eh, che sapeva di carta da libro usata. Che io adesso non saprei bene cosa voglia dire “carta da libro usata”, le pagine, forse, non so, la copertina, ma son sicuro che se lì per lì l'avessimo chiesto al sommelier, ci avrebbe risposto che no, insomma, non si riferiva alle pagine, neanche alla copertina, ma proprio alla carta da libro usata, che è un'altra cosa. Beh, niente, fatto sta che Piero dopo aver sentito “carta da libro usata”, è saltato in piedi e ha urlato al sommelier: mò va a caghè, va là! presto sommerso dagli applausi della folla.
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lunedì 13 dicembre 2010
piccoli mostri.
Nella foto, Bombo
Piacenza, zona via Genova, circa un anno e mezzo fa (ma mi è tornato in mente solo ora...). Al WineBar con un’amica. Arriva la cameriera. Ci guarda, saluta. Sorride.
La mia amica dice, indicandomi: Sceglie lui.
La cameriera mi guarda.
Allora dico: Due bicchieri di spumante, quali avete?
…(silenzio)
Ribadisco: Spumanti…bollicine…
La cameriera: Ah, ok. Fermo o frizzante?
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domenica 5 dicembre 2010
georges cogny e george clooney.

Non ho mai conosciuto Georges Cogny, mai assaggiato un suo piatto. Però essendo coinvolto nella produzione del documentario sul cuoco francese-farinese che Francesco Barbieri e Andrea Canepari stanno girando, quasi quasi mi sembra di iniziare a conoscerlo un po'.
Non se ne parla mai con freddezza, di Cogny. Cioè, le persone intervistate fino ad ora, allievi, eredi, gourmet, giornalisti, chi più chi meno, si lascia andare all'emozione, si commuove anche. Mai vista una cosa così per un cuoco. Che evidentemente non era “solo” un cuoco, ma molto di più.
Qualcuno l'ha definito “un meteorite di materiale preziosissimo atterrato in una campagna deserta”, che come titolo sarebbe troppo lungo anche per la Wertmuller, però è una delle frasi che rappresentano meglio alcuni aspetti della vicenda Cogny. Una fra le tante sentite in questi primi giorni di riprese.
Un'altra cosa che dice forse meglio di altre chi era e cosa faceva Cogny, è il dolce al sale. Cioè un dolce (?) estremo, al sale appunto, che Cogny realizzò pare con risultati disastrosi spinto dalla curiosità e dalla continua tensione alla sperimentazione e alla ricerca. La curiosità prima di tutto.
L'amore quasi totalizzante per la Cucina lo ha tenuto dentro le cucine, dietro i fornelli e mai in sala, mai in giro a farsi vedere. E infatti in giro si trovano poche foto, pochissimi filmati, su Internet c'è poco o niente. Anzi, all'inizio dei lavori di ricerca bibliografica veniva da sorridere leggendo che i motori di ricerca, vedendosi fare la richiesta “Geoges Cogny”, non trovando nulla sul personaggio, ti dicessero: forse cercavi George Clooney. E tu a dirgli: no, pirla, sto cercando Cogny, non Clooney. E giù ad aggiungere altre parole chiave, tipo: Georges Cogny cuoco. E lui, il computer, anzi, il motore di ricerca, ancora a dirti: forse cercavi George Clooney cuoco.
Poi un giorno la segretaria di un importante personaggio pubblico che Barbieri/Canepari vorrebbero intervistare, alla richiesta di rilasciare un'intervista su Cogny, dice: ok, sento se P......accetta di farsi intervistare su George Clooney. E tu a dirle: no no, Georges Cogny, Cogny, non Clooney!
Non lo so se dopo l'uscita del film i motori di ricerca faranno ancora confusione tra Cogny e Clooney. So però che Barbieri e Canepari stanno facendo un bellissimo lavoro insieme all'affiatatissima troupe di 8 persone, animati da un atteggiamento molto sensibile e recettivo. Quello giusto.
Vi terrò aggiornati.
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giovedì 18 novembre 2010
speriamo ci sia la neve.

Il titolo è scaramantico, è una specie di esorcismo, insomma, in realtà spero NON ci sia la neve il 27 novembre e il 4 dicembre a Piacenza, perché sotto i portici dell'ex Balzer, di fianco a Piazza Cavalli, all'inizio di Corso Vittorio Emanuele, dalle 10,30 alle 13 e dalle 15,30 alle 18,30, ci sarà il banco d'assaggio delle aziende piacentine segnalate su Slow Wine, la Guida dei Vini di Slow Food. Vi aspettiamo. Anche, e soprattutto, se dovesse nevicare.
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mercoledì 10 novembre 2010
mostri.

Questa cosa è successa in un'enoteca di Piacenza, me l'ha raccontata il titolare dell'enoteca 1, o dell'enoteca 2, non ricordo, in fondo poco importa:
Il titolare dell’enoteca 1, Giangiacomo, chiama il titolare dell’enoteca 2, Tristano, per sapere se ha il Giulio Ferrari Riserva del Fondatore, che l’enoteca 1 ha finito.
Il titolare dell’enoteca 2 dice: Sì, ce l’abbiamo.
Il titolare dell’enoteca 1 dice: Allora mando mio figlio Tancredi a prenderne due bottiglie.
Il titolare dell’enoteca 2 telefona in enoteca all’assistente, una ragazza, si chiama Benita, che sta facendo il turno di mattina. Le dice: Guarda che tra qualche minuto verrà lì il figlio del titolare dell’enoteca 1 a prendere due bottiglie di Giulio Ferrari Riserva del Fondatore ok?
Ok, risponde l’assistente.
Dopo qualche minuto il figlio del titolare dell’enoteca 1 si presenta all’ingresso dell’enoteca 2. Entra. Saluta e dice: Giulio Ferrari.
La ragazza prontamente risponde: Piacere, Benita Coppini.
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martedì 2 novembre 2010
una specie di tournée.
No, beh, in realtà è una tournèe vera e propria, alla quale forse verranno aggiunte altre date. Si tratta delle presentazioni regionali (dopo quella nazionale del 20 ottobre a Torino) di Slow Wine, la Guida dei Vini di Slow Food, la prima è a Ravenna il 6 ottobre, protagonista, ma va?, l'Emilia Romagna.
Le altre presentazioni:
09-11-10 LOMBARDIA Milano
12-11-10 ABRUZZO Francavilla al Mare
13-11-10 TOSCANA Montalcino
13-11-10 MARCHE Senigallia
14-11-10 VENETO Venezia
18-11-10 FRIULI VENEZIA GIULIA Trieste
27-11-10 UMBRIA Orvieto
27-11-10 PIEMONTE/ LIGURIA/ VALLE D'AOSTA Alba
04-12-10 CAMPANIA/BASILICATA Avellino
05-12-10 PUGLIA Bari
18-12-10 SICILIA Catania
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mercoledì 13 ottobre 2010
sì, vabè, ma dio esiste?

Allora, dicevo, mi diverte leggere le Guide, mi è utile come consigli per gli acquisti e poi mi incuriosisce vedere come sono visti e “fotografati” i Colli Piacentini. Quest'anno finalmente all'unanimità la critica ha esaltato i nostri vini dolci da uve appassite. Tre vini che chi legge questo blog conosce bene: il Vin Santo di Barattieri, il Vin Santo di Vigoleno di Lusignani e il Malvasia Passito del Negrese (a dire il vero premiato da una sola Guida, l'Espresso, ma che è arrivato vicino a una segnalazione importante anche su Slowine). Bene. Secondo me è giusto così. Dove Piacenza dà il meglio è nella categoria dei vini dolci da appassimento.
Sul resto della produzione ci sono punti di vista diversi. Ad esempio su vini come Macchiona e Luna Selavatica le Guide si dividono o quasi. La Macchiona è menzionata da Slowine, nemmeno nominata dall'Espresso, premiata (per il secondo anno consecutivo) dal Gambero Rosso. Il Luna Selvatica è stato segnalato come “grande vino” da Slowine e menzionato con punteggi buoni, ma tutto sommato anonimi, dalle altre due Guide.
Allora di chi fidarsi?
Ma poi ha ancora senso parlar di Guide? E ha senso farle? Serve il lavoro che facciamo? Chi siamo? Dove andiamo? Dio esiste? Che cosa vuol dire esistere? Son domande retoriche? Perchè quest'angoscia che imprigiona l'uomo nel vivere il suo esistere come una finta libertà, basata sul nulla? L'esistenzialismo vi fa venire il mal di testa? Allora, come vorreste che fosse fatta una Guida dei vini?
Lo so, le domande son trite e ritrite e se le son già fatte tutti i siti e i blog che parlano di vino, però, insomma, le volevo fare anch'io.
E poi, con la situazione di depressione economica del vino italiano, serve concentrare tutte le proprie attenzioni sui premiati di ogni Guida, perdendo di vista il contesto complesso che stiamo vivendo?
Come un giovane virgulto della vitivinicoltura nord occidentale mi suggerisce, ci rendiamo conto della differenza tra il vino REALE e il vino VIRTUALE (lui, il giovane virgulto, si occupa di quello VIRTUALE, per dire)? La cosa che fa capire la differenza tra reale e virtuale, dice lui, il giovane virgulto, è che, soprattutto sul rosso, parlando di vino, i parametri per il giudizio del prodotto non hanno niente a che fare con certi parametri. Cioè, spiegandosi meglio, dice: se sei nel mondo della vendita dello sfuso, avere 500 Hl di un grande vino, secondo i “nostri” parametri, potrebbe essere un problema. Se si dice "ho tot Hl di vino buono" si intende un vino non troppo alcolico, pulito, fresco e un po', ma non troppo, fruttato. Non si intende assolutamente un vino che somiglia a Vegasicilia, per dire.
E allora noi di cosa stiamo parlando?
Qual è il vino buono? Quello che si vende? A chi? Quello caro?
Il giovane virgulto poi mi/ci chiede:
Sa che le uve rosse hanno una previsione di prezzo di 25 €/quintale?
Quintale! Con un quintale di uva si fanno 100 bottiglie! Sa che i miei colleghi di Franciacorta scendono per la prima volta dopo anni sotto l'euro al Kilo di prezzo uva da spumante e si lamentano perchè dicono che a quei prezzi si lavora in perdita? Se lei ad oggi avesse una vasca di vino rosso non buono e non troppo cattivo, questa avrebbe un valore di mercato di circa 0,30 - 0,40/litro. Peccato che sarebbe invendibile. Le cantine sono piene. Tutto saturo e nessuno ritira. Il suo vino varrebbe zero. E zero è poco.
Poi prosegue: non vorrei che si credesse che IL vino è solo quello, oggi mediamente buono, delle piccole cantine che fanno qualità. Altra cosa: faccia ogni tanto qualche link al sito "i numeri del vino". Ci sono cose molto interessanti.
Ci siamo creati noi un mondo che non esiste? Meglio, che esiste solo nella nostra testa?
Uffa, esco a fare due passi.
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giovedì 30 settembre 2010
due o tre cose che so di loro 2.

Breve aggiornamento della serie “due o tre cose che so di loro”, giusto perché ieri, tempo di vendemmia, ho scoperto che esistono l'uva conica e l'uva sferica. Non nel senso della forma degli acini, no no, a livello di impressioni gustative, una metafora euclidea, chiaro?
Beh, niente, ero insieme a un produttore molto vispo (di solito si dice “vulcanico”), assaggiavamo degli acini di barbera, io gli ho detto che mi sembravano dolci e poco tannici e lui invece mi ha tramortito dicendo che a lui quell'uva lì sembrava conica. “Conica” nel senso che gli ricordava un cono, perché alla fine si stringeva e pizzicava. Almeno credo. Ha aggiunto che di solito l'uva di quel vigneto è sferica, non conica, e la cosa l'aveva colpito. Basta, mi piaceva l'immagine e volevo dirlo.
Intanto stanno per uscire le Guide, ne riparleremo molto presto, mi diverte vedere cosa dicono le Guide, le tre-quattro principali, che idea, che immagine c'è in giro dei Colli Piacentini. Di solito esce un'immagine sfocata, incasinata, o non esce alcuna immagine, ma ho l'impressione che quest'anno la fotografia d'insieme sarà più netta e più vicina alla realtà. A presto dunque.
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venerdì 17 settembre 2010
due o tre cose che so di loro.

Finalmente (l'8 settembre, quasi 9, poco prima di mezzanotte) è andata in stampa Slow Wine 2011, la Guida Vini di Slow Food. Non sto a elencare quanti vini sono stati assaggiati, quante aziende visitate, ecc ecc, i numeri son noiosi, e nemmeno si possono ancora commentare i risultati (lo farò) o la Guida stessa, visto che nessuno l'ha ancora vista nella sua forma definitiva, cioè stampata (per questo bisognerà aspettare inizio-metà del mese prossimo). Però, a proposito di aziende visitate e soprattutto di vigneti visitati...
Girando per vigne s'impara un sacco sui territori, certo, ma anche sui produttori, vignaioli e non. Impari un sacco di cose sul loro rapporto col vigneto, ma soprattutto con la loro automobile.
C'è quello che quando gli chiedi se ti porta in vigna gli brillano gli occhi, si alza di scatto e sparisce in garage per riemergerne con una piccola jeep americana dell'ultima guerra (una Willis), ti si avvicina rombando, contento come una Pasqua (anche tu sotto sotto sei felice come una bambino, perchè su quelle macchine lì non ci sei mai salito) e ti dice: salta su! Poi ti porta in mezzo ai filari senza scendere dalla jeep, sfiorando (e colpendo) pali e viti, coi germogli che ti frustano la faccia, attraversa torrenti e stradine improbabili, coi rovi che ti entrano nelle braccia, ma per imparare bisogna soffrire un po'.
C'è quello che con aria scazzatissima ti porta con la jeep (ultimo modello) fino ai pali di testata, ma che si guarda bene dall'entrare tra i filari, poi dice: ecco qua. E riparte subito.
C'è quello che ti ha appena detto che non si sposta mai dal suo paesino verso il capoluogo (40.000 anime) perché là ci son troppi sensi unici che lo mettono in imbarazzo, poi però lo vedi salire con nonchalance col Pandino 4x4 su per una vigna erta erta, lì veramente a suo agio. Lui, perché tu, che sei con lui, non sei mica tanto a tuo agio e ti aggrappi dappertutto, perché sembra che il Pandino si ribalti all'indietro mentre sale pianissimo, poi finalmente arriva in cima e, per fortuna, si ferma.
C'è quello elegantissimo e compunto che dice: è piovuto da poco, meglio non entrare in vigna. E da lontano ti fa vedere tutto, che ci vorrebbe il binocolo, solo che non ce l'hai.
E quello che, anche se è piovuto da poco, con aria spiritata ti dice: entriamo. Poi schizza su per la riva e tu all'inizio lo perdi, anche perchè il fango ti si attacca sotto le suole che diventano pesantissime e arranchi e madonni e all'improvviso rivedi il tizio scendere come uno stambecco e senti che ti urla: dai che saliamo fin su in cima.
Poi è istruttivo girar per vigne anche perché capisci quanto i produttori conoscano o non conoscano le proprie vigne. C'è quello che ti dice che quella vigna è stata piantata il 1° giugno del 1976 e quello che ti dice che quei filari hanno 13 o 14 anni, ma forse potrebbero averne anche 16 o 18, che adesso non se lo ricorda tanto bene. C'è quello che segna tutte le piante con dei nastri di colore diverso a seconda delle malattie avute e dei trattamenti fatti, che ormai ha finito i colori disponibili e non sa più bene come fare. E c'è quello che appena prima di farti entrare in una vigna da cimare, dice affranto: scusa il disordine. Come fosse casa sua. Che poi, per molti, son proprio così le vigne, una casa, uno specchio di sé stessi.
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vit
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09:25
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