giovedì 26 giugno 2008

IO SONO MEGLIO DI TE



Sempre dall'ultima Bettane...sempre sui vini BIO e non-BIO...francesi e non solo...

“UN VINO BIO E’ MIGLIORE DI UN VINO NON-BIO?

C’è molta confusione sulla nozione di vino BIO, volutamente mantenuta da alcuni addetti ai lavori o da giornalisti per niente indipendenti dal commercio o dalla produzione di questi vini.
Se vogliamo parlare di biologico o biodinamico utilizzando precisi criteri o tenendo conto di certificazioni rigorose e legali, allora il “vino BIO” è un abuso di linguaggio: bisognerebbe parlare di “vino da agricoltura biologica”. Perché tutto il vino è BIO per definizione, in quanto prodotto dai microrganismi viventi della fermentazione.
Sulla qualità dei grappoli BIO diciamo che, se in fase viticola non sono stati commessi errori, senza alcun dubbio essi esprimeranno con più forza e complessità i caratteri dati dal terroir e dall’annata e dunque costituiranno una materia prima di maggior qualità per il vino futuro. Meglio se la materia prima sarà ben vinificata, in modo che le informazioni contenute nei grappoli di partenza siano espresse con precisione. E qui in genere iniziano i problemi con molti dei produttori BIO: convinti che solo i lieviti del terroir siano degni di fermentare il proprio vino e che l’aggiunta di zolfo non possa che rovinare la purezza morale del proprio prodotto, essi ottengono spesso vini instabili, sia sul piano visivo, con torbidità e opacitià, sia sul piano gustativo, con acidità volatili elevate, e poi aromi poco eleganti e soprattutto la perdita dell’individualità della propria origine, a causa dell’alterazione aromatica che altera anche tutto il resto.
Perché tra i lieviti del terroir ce ne sono di buoni come di cattivi e i cattivi tendono a prevalere sui buoni in fase fermantativa, se preliminarmente non sono state create le condizioni per un’adeguara protezione utilizzando zolfo.
Intendiamoci, nei casi migliori, i vini “naturali” hanno una purezza e una digeribilità incomparabile, ma spesso cosa siamo costretti a sopportare, malgrado l’affetto paterno accordato a questi vini da produttori illuminati, sommeliers, giornalisti, cuochi e commercianti irresponsabili?
Rallegra dunque sapere che i grandi viticoltori biodinamici di questo paese, gli Zind-Humbrecht, i Leroy, i Leflaive, i Morey, i Lafon, i Viret, i Perrin sono anche vinificatori accorti, che conoscono perfettamente l’importanza del controllo e della precisione nell’elaborazione di un prodotto “nobile”.”


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BIO!

Rudolf Steiner

Da La Grand Guide des Vins de France 2009 di Bettane e Dessauve alcune riflessioni molto interessanti (e che in gran parte condivido) sui vini BIO. Si parla ovviamente di vini francesi, ma i temi sono facilmente ampliabili al resto della produzione europea e mondiale. Anche ai vini Passiti piacentini.

"L’agricoltura BIO è di moda. Esiste dunque una viticoltura biologica destinata a svilupparsi, e di tutte le “famiglie” che essa riunisce si nota una preferenza per la scuola biodinamica.
Nel 1981 ho avuto la possibilità di incontrare Francois Bouchè, l’iniziatore del movimento in Francia, e ho avuto la sorpresa di vedere a poco a poco i principi filosofici di Steiner, per i quali non provo particolari simpatie, portare ad un miglioramento della qualità dei grappoli, della loro capacità di esprimere un terroir e un’annata. Interpreto questa riuscita come quella dell’osservazione e del rispetto degli equilibri naturali della vigna e soprattutto del ritorno alla via biologica dei suoli che, come sanno tutti gli agronomi seri, dovrà essere la base della viticoltura nelle nostre Appellation.
Ma bisogna tener conto dei danni commessi nell’immaginario degli appassionati da tutti i cattivi vinificatori che pretendono di fare vino naturale, senza zolfo – e che illegalmente chiamano BIO, quando la legge riconosce come BIO solo il frutto, il grappolo – e che pretendono di far passare la loro brodaglia come verità del terroir.
Da un lato quindi vini rossi puzzolenti, con lieviti indigeni che cannibalizzano quelli buoni quando il vinificatore lascia fare, e che sono gli stessi in tutto il pianeta e omologano tutti i vitigni e tutti i terroirs con i loro aromi animali. Dall’altro zuccheri decisi, colori instabili e sapori approssimativi, basta coi bianchi ossidati e morti.
Restiamo attoniti davanti alla credulità di tanti ristoratori che non presentano altro nelle loro carte che questo tipo di prodotti. E che dire di tutti quelli che li consigliano, enotecari e commercianti pronti a cavalcare l’onda del “pensiero corretto”, giornalisti che si appiccicano un’etichetta alla moda senza preoccuparsi di quello che bevono.
Intendiamoci, alcuni dei più grandi vini del pianeta sono prodotti da una viticoltura d’ispirazione BIO, ma chi li produce è cosciente delle proprie responsabilità e perfezionista in materia di vinificazione. Zind-Humbrecht, Lafon, Perrin, Leflaive, Leroy, Pinguet sono l’onore della famiglia BIO, e i loro prodotti, ammirati da tutti, servono da riferimento per valutare tutti gli altri.
Tra le Appellation meno prestigiose troveremo decine di produttori rispettosi
del suolo, della vigna, del grappolo e del vino, ma curiosamente non sono quelli che vedi
dappertutto, le " gole profonde", i furbetti e i manipolatori
d'opinione. Questi saranno pronti a fornirci un'istruzione per
l'uso, un calendario astrale che ci indichi i giorni "senza" e i giorni
"con", la caraffa per decantare otto giorni prima e il bicchiere
adeguato, e in ultima analisi - se insisteremo nel trovare i loro vini
"bizzarri" - un corso gratuito di antroposofia."


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lunedì 9 giugno 2008

A WAGNER SAREBBE PIACIUTA LA MALVASIA?

Paul Klee, Strade principali e secondarie, olio su tela, 1929,
Colonia, Museum Ludwig


La degustazione dei Passiti piacentini di ormai due mesi fa porta con sè riflessioni già in parte affrontate nei vari commenti pubblicati prima e dopo la degustazione.
Tra le riflessioni è emersa quella su quale possa essere, e prima ancora se possa esserci, LA strada ideale per appassire la Malvasia aromatica di Candia. E' una specie di domanda retorica, nel senso che in questo ambito ritengo che parlare di metodi e schemi predefiniti sia poco sensato. Dunque, già si è detto, non esiste LA strada. Esistono atteggiamenti, interpretazioni, consapevolezze. Ecco perchè, ad esempio, a risultati enologici diversi può corrispondere una lingua comune, un medesimo atteggiamento al quale possono corrispondere risultati qualitativamente e quantitativamente importanti.
Oggi parlando di Malvasia da appassimento nei Colli Piacentini penso a un magma, a un caos da cui non emerge ancora una direzione precisa, come un linguaggio confuso che tenta di prendere forma, di organizzarsi e farsi lingua, dove oggi poco o nulla è stabile e preciso, se non nell'arbitraria interpretazione delle diverse grammatiche e dei diversi vocabolari usati dai produttori.
In realtà dal magma inizia a delinearsi un embrione di discorso, non chiaro né grammaticalmente e sintatticamente perfetto, ma vivo, con alcune singole direzioni chiare e consapevoli. C’è qualcuno che parla già una lingua sicura, mentre altri tentennano e balbettano, ma è fisiologico perchè si parla di un linguaggio appena nato.
Tra coloro che dimostrano di parlare e lavorare con ottima padronanza di linguaggio ed idee chiare (anche se non del tutto, come ci dirà lui stesso) c'è senz'altro Stefano Pizzamiglio de La Tosa, che ha scelto una strada consapevole frutto di profonde riflessioni e che (c'è bisogno di dirlo?) è semplicemente la strada scelta da Stefano Pizzamiglio. Punto. Anzi, con qualcosa in più, perchè la scelta di Stefano è profondamente circostanziata e consapevole, e al tempo stesso animata da continue discussioni interiori e dubbi, come è raro trovare nei Colli Piacentini e non solo. E nel percorso che deve portare i Colli Piacentini a diventare il punto di riferimento nazionale della Malvasia, contributi (sia sotto l'aspetto filosofico, sia sotto quello produttivo e qualitativo) come quelli di Stefano possono risultare preziosissimi. E Wagner? Devo dire che a me per primo alla domanda del titolo verrebbe da rispondere: e chissenefrega! Però Wagner con la Malvasia c'entra, c'entra.

Con Stefano Pizzamiglio si parla di Malvasia in generale e si parla delle sue Malvasia, della versione passita in particolare, l'Ora Felice, prodotta dal 2005 ed ottenuta da grappoli appassiti in cassette poste lontano dal sole. La parola a Stefano.

Stefano Pizzamiglio

L'ORA FELICE
Le uve provengono da tre vigneti (Sorriso, Morello, Ronco).
Si fa una vendemmia “chirurgica” ponendo grandi attenzioni all'aspetto igienico, quindi alla sanità delle cassette, delle forbici, delle mani (i vendemmiatori indossano guanti di lattice) e all'integrità dei grappoli. I grappoli sono maturi, ma non stramaturi (solo qualche grappolo inizia ad appassire in pianta).
L'appassimento si svolge in condizioni controllate. Il tempo d'appassimento può variare molto, tanto che nel 2006 è stato inferiore al mese, mentre nel 2007 ha sfiorato i due mesi. Il 2007 aveva circa 180 gr/l di zuccheri residui (nella due annate precedenti il residuo era stato leggermente inferiore) e 11,6% di alcol svolto. La fermentazione si svolge in acciaio inox.
La produzione (in bottiglie da mezzo litro): 1.400 nel 2005, 2.800 nel 2006, 3.200 nel 2007.

I RIFERIMENTI
In qualche modo l'ispirazione per l'Ora Felice viene dall''Alsazia, in particolare dalle Vendange Tardive, e poi dai vini dolci austriaci e tedeschi; da alcuni vini dolci italiani come, per certi aspetti, il Solalto delle Pupille, certi Moscato Fior d'Arancio dei Colli Euganei, lo Shams di Aiello e alcuni passiti altoatesini come il Terminum. E poi uno dei miei punti di riferimento è Il Passito che non c'è...

INTERPRETAZIONI
Premesso che la forma di appassimento è determinante, nel senso che un vino da uve appassite al sole sarà diverso da un vino ottenuto da uve appassite in cassette, è comunque più importante il territorio e l'atteggiamento del produttore.
Un esempio per spiegare meglio il concetto. Il Luna Selvatica (Cabernet Sauvignon de La Tosa) 2003 ha fatto 6 giorni di macerazione sulle bucce, il 2007 ne ha fatti 21. Potrebbe sembrare che dietro ci siano idee diverse, cioè che i due vini siano frutto di altrettante concezioni, completamente diverse tra loro, invece tra i 6 giorni del 2003 e i 21 giorni del 2007 l'atteggiamento è lo stesso. Conta l'interpretazione dell'annata, aldilà dei tempi di macerazione e delle tecniche, perchè un'annata era più adatta ad una macerazione corta, l'altra ad una macerazione più lunga. Così, nei vini Passiti potrebbero esserci annate più adatte all'appassimento al sole, altre alle cassette. O vitigni più adatti a un appassimento piuttosto che a un altro.
Detto questo l'appassimento in cassette che io pratico, mi pare abbracci più che aggredire l'uva, rivelandone la piena complessità degli aromi. In genere invece l'appassimento al sole, che non ho mai provato, mi pare dia più espressività ma meno complessità, come se estraesse il calore del sole e poco altro. Io cerco più la finezza, la freschezza, un’infantile fragranza fruttata, un impianto strutturale abbastanza nordico (in omaggio e a fotografia del nostro usuale clima di inizio autunno), piuttosto che descrittori aromatici candito-fico-mediterranei e una struttura densa ed opulenta. Cerco la serbevolezza e le leggerezza nel mio Malvasia Passito. Cerco le sfumature dell'aurora, più che la vitalità espressionista. Ma, pur convinto della strada che sto percorrendo, non penso certo che possiamo ottenere, io e la mia strada, tutto il meglio che si possa trarre dall’uva a cui mi sto applicando. Anzi…



CONFRONTI
La Malvasia aromatica di Candia è così poliedrica e polifonica che si presta a tante interpretazioni e a più forme di appassimento. Poche altre uve sono così. Ci sono uve che si prestano meno a più forme di appassimento. Un'uva neutra ad esempio si presta meno ad un appassimento al sole, sarà magari più adatta ad altri appassimenti o ad altre tecniche (Vin Santi). Anche il Gewurztraminer, ricco in terpeni ma non come la Malvasia ed il Moscato, può avere bisogno della Botrytis per esprimersi al meglio, ancor di più il Semillon.

ALLA MALVASIA PIACE LA BOTRYTIS?
Nel 2007, terza annata prodotta di Ora Felice, c'è stato un 15% di Botrytis che si è sviluppato naturalmente in vigna. In futuro se la Botrytis verrà, bene, ma non sono sicuro che la Muffa Nobile, soprattutto se troppo presente, possa arricchire la Malvasia, anzi rischia di coprirla. Troppa Botrytis può smorzare il timbro aromatico del vitigno. E' il discorso di prima, certe uve, come il Gewurztraminer, hanno più da guadagnare dalla Botrytis, vedi il Terminum, che a me piace molto anche per il suo essere voluminoso senza pesantezze.

LA MALVASIA CHE SAUVIGNONEGGIA
E' una sfumatura da tenere in considerazione anche se non la ricerco, però è una caratteristica del vitigno che contiene precursori pirazinici che si mantengono in uve raccolte non troppo mature (nel mio caso, nel Passito in particolare, quindi non se ne ritrovano), poi dipende anche dal suolo perchè terreni ricchi di acqua e poco argillosi tendono a dare più pirazine e ci sono certi biotipi del vitigno che ne sono più ricchi. In cassette la componente pirazinica potrebbe mantenersi di più che al sole, soprattutto in caso di raccolta leggermente anticipata, ma bisognerebbe studiare la cosa più a fondo.

BUONI PROPOSITI PER IL FUTURO:
Nelle prossime annate intendo approfondire alcuni aspetti specifici:
controllo in fase di raccolta, nella scelta dei grappoli ad esempio (vorrei provare con grappoli a stadi di maturazione leggermente diversi);
più attenzioni in fase d'appassimento, più controllo su temperatura e umidità della camera di appassimento;
lunghezza dell'appassimento;
cura nella fermentazione. Visto che i lieviti devono fermentare una materia più densa del solito fanno più fatica e vanno aiutati e nutriti. Nella fermentazione dei Passiti ci sono ancora molti aspetti non compresi. Forse il fatto che i Passiti tendono ad essere considerati spesso vini arcaici ha fatto sì che ci siano ancora molti aspetti tecnici da scoprire;
eventuale apporto del legno, da utilizzare (con moderazione) più per l'effetto di ossigenazione e di apporto tannico, che per l'effetto aromatizzante.

A WAGNER PIACE LA MALVASIA?
Dovendo paragonare un Malvasia da uve appassite in cassette a brani musicali direi Il Mormorio della Foresta dal Sigfrido di Wagner, che rimanda ad una natura fresca e zeffirosa, mobile e viva; o il Mattutino della Tosca oppure Impressioni di Settembre della Pfm. Poi pensando alla pittura mi vengono in mente Klee, Redon, De Maria.
Paragonerei un Malvasia da appassimento al sole...sempre a Wagner, al viaggio di Sigfrido sul Reno de Il Crepuscolo degli Dei, che è solare e squillante, poi penso a certe canzoni dei Queen, a Matisse e Van Gogh.
Richard Wagner

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domenica 4 maggio 2008

GLI ANNI CHE VERRANNO


Ovvero vecchie annate non ancora in commercio dei Vin Santi di Vigoleno di Paolo Loschi e Marco Lusignani. Le annate che ancora riposano e maturano nelle botti.
Un viaggio tra annate diverse, diversissime, spesso opposte, che a volte si scoprono diverse…anche nella stessa annata. Il 2002 per Loschi (e per altri, vedi Perini) è stato un anno da dimenticare (non verrà commercializzato), non così per Lusignani, che sei vendemmie fa ebbe sì problemi con la santa maria, in buona parte marcita, ma non con altre uve più resistenti al clima inclemente di quell’annata, come la roussanne (che Loschi non coltiva).
In queste differenze vedo sia una potenziale risorsa, sia una debolezza per Vigoleno. Pur nelle diversità, un’identità più precisa non guasterebbe. Per questo i nuovi impianti in programmazione l’anno prossimo, tutti o quasi di santa maria, non possono che essere considerati positivamente, visto che si è deciso giustamente di puntare sull’uva più caratterizzata e caratterizzante presente sul territorio. Un vitigno che sembra non rischiare più l’estinzione, anche se le estensioni restano minime, comunque in crescita. Un vitigno che sarebbe curioso testare puro in vini sia secchi sia dolci da uve appassite e non solo in assemblaggio.
Il Vin Santo di Vigoleno si sta facendo conoscere sempre di più. Ed è appena stata costituita un’Associazione di Produttori alla quale hanno aderito 12 produttori (solo 6 dei quali avevano però nel 2007 vigneti iscritti all’Albo della Doc, per un totale iscritto di circa 2 ettari e mezzo). Tra gli obiettivi c’è quello di realizzare un’Enoteca del Vin Santo all’interno del borgo.

Tornando alla degustazione, aldilà della differenza tra i 2002 (uve diverse, suoli pure), non sono mancate forti similitudini in alcune vendemmie tra le interpretazioni date dalle due aziende. Il 2001 ad esempio (annata in commercio per Loschi, di là da venire per Lusignani che sta vendendo ora il 1998), entrambi complessi ed equilibrati, molto buoni, due tra i migliori Vin Santo di Vigoleno degli ultimi anni. Il 2003 (annata che Loschi inizierà a vendere tra poco), con vini ricchissimi e marmellatosi, di grande impatto. E poi la recentissima 2007, con mosti ancora (e chissà per quanto) in fermentazione, bombe che si attaccano al palato ma non prive di acidità, anche se in zona si guarda a quest’annata con qualche timore per gli eccessi di concentrazione zuccherina (qualcuno è arrivato al 40% di alcol complessivo, come farà il mosto a fermentare???).
Il quadro che ne esce è vivo e positivo, soprattutto perché, aldilà di certi alti e bassi dovuti i parte ad annate estreme, ciò che emerge è la volontà continua di confrontarsi. La curiosità e l’apertura verso il mondo, consapevoli di avere un tesoro da conservare, se possibile migliorare, e da far conoscere.
Le degustazioni si sono svolte nelle due aziende il 3 maggio 2008.


PAOLO LOSCHI-MASSINA

In località Massina, nel Parco dello Stirone, sullo stesso versante del Castello di Vigoleno dal quale dista poco più di un km, dalla metà dell’800 i Loschi conducono l’azienda di famiglia. Oggi Paolo, coadiuvato dalla moglie Patrizia e dai genitori, guida l’attività vitivinicola.
Qui le vigne sono esposte a sud-sud ovest su suoli calcareo-marnosi chiari, terre bianche con una vena di sabbia giallastra proprio sotto il nucleo aziendale verso il torrente Stirone.

terreni in località Massina

La composizione ampelografica aziendale vede una prevalenza di santa maria (circa L’80% delle uve destinate al Vin Santo), coltivata parte in località Massina, parte a Case Sozzi sullo stesso versante. Poi trebbiano e melara in vigne poco più distanti (direzione Case Orsi) e un po’ d’Ortrugo a Massina.

vigna di santa maria

germoglio di santa maria...e pendenza del vigneto

foglia di santa maria

vecchio ceppo di santa maria

vigna con filari di santa maria (in alto)

In cantina fanno bella vista tre barriques di rovere appena acquistate, che saranno avvinate con vino bianco neutro per un anno.



Si tratta di barrique rigenerate, pronte ad accogliere in futuro le uve del nuovo mezz’ettaro piantato a santa maria.
Di fianco l’ormai storica batteria di cinque barriques/botticelle composta, per la parte più di primo pelo, da una barrique simile a quelle nuove acquistata nel 2003 e due barriques di una tonnellerie borgnognona rigenerate nel 1998. Con la quarta botte le certezze temporali iniziano a vacillare e Paolo deve far ricorso alla mamma per avere notizie certe (che poi certe non sono), qui si entra in un regno misterioso dove date e ricordi si accavallano e le date diventano un po’ un’opinione, alla fine si sa solo che la botte viene dalla Pellegrino di Marsala ed ha 60-70 anni. Infine la mitica quinta botticella dove sosta l'annata pronta per l'imbottigliemento dopo essere passata per le altre quattro botti. Forse di castagno (opinione di Paolo) forse di rovere (opinione della mamma), si apre una simpatica discussione tra madre e figlio su quanti anni possa avere questa botte che è sempre stata lì a ricordo della signora, 76 primavere portate benissimo. Ipotesi finale rigorosamente approssimativa sull’età: un centinaio d’anni, decennio più, decennio meno.

La batteria

La botticella di età indefinita

Alla fine ogni anno vengono prodotti circa 180 litri di Vin Santo.
No lieviti selezionati, no solforosa.
Abbiamo degustato le cinque annate attualmente nelle botti (dal 2003 al 2007), più quella in commercio (2001), di cui restano pochissime bottiglie disponibili.

2003
Potenza e rusticità olfattiva: noce e legni antichi (...è il caso di dirlo), fichi secchi con tamarindo, zabaione e miele di castagno. In bocca subito colpisce per la potenza d’impatto: grasso, denso, oleoso, d’una opulenza fin eccessiva. Di certo non lascia indifferenti anche se l’eleganza sta da un’altra parte. 86



2004
Colore meno concentrato del 2003. Naso meno carico con sensazioni di mela e pera. Al palato meno dolcezza rispetto al 2003, con sensazioni più fresche che snelliscono il bicchiere. Meno estremo e forse meno affascinante dell’annata precedente anche perché oggi gli manca un po’ di compattezza che potrebbe parzialmente acquisire col passaggio nell’ultima botticella. 84



2005
Bicchiere un po’ torbido (l’unico tra i sei assaggiati) con sensazioni legnose un po’ disturbanti al naso. Il palato è il più nervoso tra tutti, sia per un residuo minore, sia per tannini che stringono dal centro bocca. Curioso. Aspettiamone l’evoluzione ed il successivo passaggio nelle altre botti. ???



2006
Già oggi fa pensare che possa raggiungere i livelli del 2000 e del 2001. Bell’ambra carico e limpido, naso seducente e complesso. In bocca ha equilibrio e mostra già ora buona armonia, avanza in souplesse accarezzando il palato con dinamismo. Buono già adesso, ha davanti a sé almeno tre anni di affinamento per migliorare ulteriormente. 88



2007
Pigiato a fine gennaio, meno di 150 litri prodotti, è ancora in fermentazione. Avvicinando il naso al bicchiere sembra di annusare un succo di frutta d’albicocca. In bocca sembra di bere…un succo di frutta d’albicocca, un mangia e bevi con concentrazione estrema, esagerata, che ti s’incolla alla lingua ma che non è privo di acidità. Un mostro che se non avrà troppe difficoltà fermentative ne farà vedere delle belle. ???



Paolo Loschi spilla dalla botte il Vin Santo del 2004

…e poi, l’annata in commercio:

2001
Bel colore ambra molto carico e limpido. Nobili ossidazioni al naso, con sensazioni di mallo di noce, miele di castagno e caramello, poi tracce di rabarbaro su uno sfondo che ricorda quasi un distillato. Palato opulento e viscoso, ma non stucchevole, a suo modo equilibrato, articolato e scorrevole. Complesso. 87


MARCO LUSIGNANI



L’azienda nasce negli anni ’50 in località Case Orsi, anche se è solo una ventina di anni dopo che si decide di puntare con forza sul vigneto. Oggi l’azienda è guidata dal giovane ma già esperto Marco, nipote del fondatore Alberto, che può avvalersi dell’esperienza dei genitori.
A Case Orsi i terreni sono ricchi di argille abbastanza scure e forti, dove trovano dimora vigne di santa maria vecchie di 30-35 anni, per un totale di 4-5 pertiche (circa 0,3 ettari), mentre verso il cimitero di Vigoleno le argille si fanno più chiare e qui Lusignani coltiva roussanne, melara e sauvignon da destinare al Vin Santo. L’età media complessiva delle vigne da Vin Santo supera i 20 anni.

Sullo sfondo, vigna di santa maria

Vigna di santa maria


foglia e germoglio di santa maria

Vecchio ceppo di santa maria

Vigna con tutori di legno molto alti, usanza di un tempo

Suoli a Case Orsi, scendendo verso lo Stirone

Nell’assemblaggio finale la santa maria costituisce circa il 40%, ma tra un anno verrà piantato mezz’ettaro di santa maria.
Le botti (una quarantina) sono tutte di rovere (tranne due di castagno, riconoscibili per le venature più scure), tra cui un paio di botticelle degli anni ’40. Si tratta in buona parte di barrique rigenerate.

Parte delle botti; in basso a sinistra la botticella degli anni '40 in cui oggi riposa il 1998



Per ogni annata ci sono dalle 2 alle 4-5 botti, a seconda dell’abbondanza del raccolto. Tra una botte e l’altra (vedi 2003) ci può essere una certa differenza perché una può contenere ad esempio la parte di santa maria, l’altra tutto il resto delle uve, per cui con Marco abbiamo fatto assaggi delle varie botti (provando anche a fare artigianali assemblaggi) che hanno fatto emergere a volte significative differenze. Quindi dare un giudizio prima dell’assemblaggio finale è un po’ azzardato, per questo i punteggi non sono sempre secchi.
Abbiamo degustato cinque annate dalle botti (dal 1999 al 2003), più quella in commercio (1998).

1999
I profumi sono sporcati da qualche imprecisione che penalizza in parte la piacevolezza.
Bocca abbastanza dinamica ed equilibrata, con minor residuo zuccherino e grassezza rispetto all’annata precedente. Dunque bocca avvolgente e pastosa ma senza eccessi e con sviluppo meno imponente del solito. Trova comunque buon calore e polpose sensazioni di zabaione e tamarindo. 84

2000
Assaggio di una botte soltanto. Qualche nota balsamica al naso. Palato di dolcezza relativamente contenuta, con finale che presenta una sensazione asprigna di confettura di rabarbaro e scia amarognola che disturba un po’. 83-4

2001
Bellissimo colore ambra intenso, scuro. Naso complesso e pieno. Palato polposo, elegante, equilibrato, molto dolce ma con componente acido/alcolica misurata e ben contrastata. Articolato e complesso. E molto gradevole. 87-8

2002
Una piacevole sorpresa. Grazie alla resistenza della roussanne (buona parte della delicata santa maria è marcita) Marco è riuscito a produrre un Vin Santo di buona qualità, senza la concentrazione e la lunghezza del fuoriclasse, comunque interessante e piacevole, con colore invitante di buona carica cromatica, discreta complessità e buon equilibrio. 86

2003
Sentite due botti. La barrique di santa maria in prevalenza sa di marmellata e fichi, non molto complesso, molto rotondo e molto dolce, di grande impatto; la seconda barrique appare oggi meno interessante, meno fine e persino più dolce. Ma il resto dell’affinamento e l’assemblaggio finale dovrebbero conferire all’annata la complessità olfattiva che oggi è carente. 85-7

…e poi, l’annata in commercio:

1998
Consueto seducente timbro rustico e deciso, con le classiche note di mallo di noce, ma anche di confettura di susina, tamarindo, fichi secchi e lieve zabaione; di bella larghezza e cremosità il palato che poteva sì avere più lunghezza e dinamismo, ma mostra comunque bella compattezza. 87

Marco Lusignani

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domenica 20 aprile 2008

'STI CAZZI


Dal forum del Gamberorosso
Inviato: Mer Apr 16, 2008 7:10 pm Oggetto: Degustazione del millennio
Autore Messaggio Tavernello
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Salve, sono un nuovo iscritto. Non so se sia consentito. Provo con una prima parte.

Mi sono imbattuto in questo forum per caso e mi sembrava giusto mettervi al corrente dell’esperienza fantastica che, io ed alcuni miei amici, magari non tutti appassionati come me, abbiamo fatto ieri, grazie soprattutto al vino fornito direttamente dalla mia cantina.
Ora, tenuto conto che si tratta di trasmettere sensazioni volatili, proprio per ottenere la massima precisione nella descrizione, preferisco utilizzare la lingua a me più familiare, il romano o romanesco, che dir si voglia, anche se ai più potrà risultare ostica.
DE GUSTAZZIONE DER MILLENNIO.
La de gustazzione l’avemo chiamata der millennio proprio perché avemo de gustato tutti li vini prodotti ner millegnio da la mitica Fattoria Tavernello . I vini de gustati pertanto sò, bianchi e rossi, dar 2000 ar 2006. Quindi, essenno li vini sia bianchi che rossi e essenno poi che sò stati bevuti a coppia, partenno dall’urtima annata e annanno innietro fino ar più longevo 1), se pò dì che avemo fatto, più che ‘na verticale, ‘na parallela. Mò 2), come sicuramente sapete, e si nun lo sapete nun zete veramente appassionati de vino, su la confezzione der Tavernello nun ce pò stà scritta l’annata. Questo pe ‘na politica che cerca d’avvantaggià li vini più blasonati, che, si er Tavernello fosse puro millesimato, a st’antri nun je resterebbe un cazzo da riccoje 3). Però ve posso garantì che, da informazioni superariservate avute da n’amico che sta in confidenza in Fattoria, tanto d'avè già assaggiato er 2007 spillato direttamente dar chicco d'uva, se pò risalì all'anno de produzzione der vino dar codice a bare stampato su la confezzione. Nun zolo, ma ve posso puro 4) garantì che l'annate erano propio quelle giuste perché mano a mano che crompravo 5) li cartoni, prima de schiaffalli in cantina, ce stampavo sopra un'etichetta co l'anno e l'anno nun poteva che esse l'urtimo perché, visto che va a rubba, trovà er Tavernello dell'anno precedente è comme trovà, ar giorno d’oggi, ‘na rigazza zitella 6).
Prima de principià 7), m’è doveroso fa un accenno a la Fattoria, anche si è tarmente famosa che nun voglio sembrà de stavve a venne la scoperta de l'acqua calla. Comme tutti sapete la Fattoria lavora, giustamente se pò dì, cor metodo tradizzionale e cioè anti biodinamico. Che cazzo me rappresenta che, ner terzo millennio, pe poté fa er vino bono bisogna concimà la tera co letame de vacca messo drento a un corno de bove? Che poi, quello che me fa specie, è che se meraviglieno puro che er vino puzza de merda. Ma te’a bevi te sta ciofega!, come dice er mitico Bonolisse 9). Voi mette co li concimi de sintesi, che come dice er nome stesso sò la sintesi de li concimi e sò l’anima der vino. La sintesi dell’anima de li mejo!, se intenne.
Nun parlamo, poi, de li lieviti indiggeni. Mo', a me, già me sembra ‘na stronzata che pe potè fa er vino bisogna usà sti cazzi de lieviti che, a quanto ne so io, da che monno è monno, sò sempre serviti pe fa er pane. E puro pe fa questo, ne la moderna alimentazione, se cerca de eliminà de utilizzalli. Poi è ovvio, che si li usi pe fà er vino, nun te venì a lamentà si poi questo te puzza de crosta de pane e te tocca buttallo. Che a mi nonno quanno je capitava, te‘o sentivi te: "Vaffanculo! sto vino è annato a male, puzza de crosta de pane!". Invece, questi, ce viengono a riccontà 10) che è ‘na cosa bona, comme si er vino non dovrebbe oddorà che de vino. Che poi, a dilla tutta, sti lieviti indiggeni non zò affatto iggenici. Stanno li fori tutto l'anno ... sotto ar zole e a la pioggia ... esposti a la porvere e a lo smogghe. Che cazzo ce poi ottenè? La stessa parola indiggeno lo dice: sò zozzi. Tutt'antra cosa invece sò li lieviti selezzionati. Belli, bianchi, puliti. Svizzeri, quasi. Ce poi ottené l'oddore che vòi. Volenno, si te 'mpegni e si sei bravo, poi puro fa un vino che sa de coca cola. Questa, inzomma, è la filosofia de la Fattoria che, come potete vedè da soli, è la mejo. Nun è un caso che venne così tanto.



1) Al più vecchio.
2) Ora. Mò in fin di frase diviene “mone” (“mò arivo”, “sò arivato mone”).
3) Lett. “non avrebbe nulla da raccogliere”, traslato “non venderebbero nulla”.
4) Pure.
5) Compravo.
6) Lett. “una ragazza vergine”, trasl. “è molto difficile da trovare”.
7) Iniziare.
“Te la”. In questi casi la “l” dell’articolo “la”, che già normalmente si pronuncia molto leggera, come accennata, cade del tutto. Le due parole si leggono come una unica parola formata dalla “t” e una “a” molto lunga “ta’a”.
9) Quando la parola termina con una consonante questa viene raddoppiata e la parola viene chiusa da una vocale: “gasse, autobusse, smogghe, autostoppe” (gas, autobus, smog, autostop). In alcuni casi, cade la consonante come in “cammio” (camion). Accade anche con la parola “co”, in italiano “con”.
10) Raccontare.
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